Oddio, un sogno… Un lontano amico di famiglia che all’inizio neppure riconoscevo si presentava a offrirmi di punto in bianco un lavoro “sicuro”, e a quel punto non potevo rifiutare. Era uno di quelli assolutamente in buona fede, e quindi assolutamente perniciosi. A lasciarlo fare, sono sicuro che prima o poi mi avrebbe trovato anche una da sposare. Per fortuna, invece, mi sono risvegliato tutto sudato fradicio, letteralmente dalla testa ai piedi. Dev’essere per questo che sono finito dentro in questo mondo. Perchè non volevo “un lavoro”. Four years instead of forty, insomma, quell’idea lì. But it’s too late for that. Che, poi, l’unico lavoro che mi è piaciuto è stato il primo, che era un po’ come fare dotcoma fulltime, solo che a fine mese mi pagavano. E sì, ogni tanto dovevo usare Excel, che non sapevo usare, ma non poi così tanto. Rido a pensare che oggi uso Linux; e forse è arrivato il momento di cambiare di nuovo, e anche di appendere le scarpe duepuntozero al chiodo.
Internet e Milano
Trovo incredibile e ridicolo – ma per nulla sorprendente – che quando si parla di “Internet e Milano” tutti pensino praticamente solo a una roba, il wifi gratis per tutti, col quale forse puoi diventare sindaco di un bar su facebook, ma è meno probabile che tu riesca a diventare sindaco di Milano, che non è detto che serva, che costa troppo fare in maniera top-down, che è dubbio che debba essere compito di una amministrazione cittadina fornire, e tanto più dubbio in un Paese che ha venduto a privati le autostrade e le telco.
E nessuno, invece, che reclami che vengano messi online i programmi di governo e i nomi dei futuri assessori, e una piena trasparenza sui piani, sui compiti, sulle responsabilità, sui costi etc. O nessuno che dica che il wifi va messo sugli autobus, comodi, e non da socialismo reale, coi quali bisognerà portare in città i pendolari, e magari anche passare una legge che obblighi i datori di lavoro a lasciare che i propri dipendenti possano lavorare 30 minuti delle 8 ore giornaliere sull’autobus la mattina mentre vanno in ufficio.
Ma, si sa, in Italia le politiche (policies) sono solo politica (politics), e il discorso è sempre e solo identitario e di appartenenza, di un noi contro loro che dura da 500 anni, e adesso pare che ci sia ormai anche la lobby di internet, insomma, sì, i blogger coglioni del web duepuntozero che in cambio del tramezzino virtuale di una promessa di free wifi per tutti (as in free beer) scriveranno qualcosa sui loro piccoli diari a favore del tuo candidato. E magari diventeranno anche fan sulla tua pagina su Facebook, e allora sì che…
C’è inclusione e inclusione…
Come si fa a costruire un programma forte e inclusivo per vincere delle elezioni?
L’idea tipica della sinistra italiana mi sembra purtroppo quella di prendere le difese di qualunque gruppo appaia loro svantaggiato e meritevole di tutela, tutela spesso concessa dall’altro, dall’alto della loro idea di essere nel giusto, e migliori degli altri, fino ad arrivare agli eccessi assolutamente ridicoli del gioire perchè, a seconda di quello che ogni Paese può fare, Obama nomina una trans oppure Luxuria vince L’Isola dei famosi (o va in Parlamento, scelta dall’alto da un partito e non dal televoto, il che vale ancora meno).
A seconda degli elettori e del clima politico più o meno becero e radicalizzato, la forzata inclusione o tutela di queste persone può suscitare ilarità, spallucce, una vaga simpatia o, forse più spesso, una forte opposizione. Raramente questo tipo di processo politico fortemente identitario genera passione, se non a livello di Primarie dove i numeri sono piccoli e vanno a votare solo coloro che sono più appassionati. Per includere a tutti i costi e ostentare questa inclusione, va a finire che si divide e che si fa il gioco degli avversari.
Viceversa, ci si dovrebbe chiedere: esistono problemi – e possibili soluzioni a questi problemi – a cui nessuno sta pensando e che potrebbero cambiare le regole del gioco, perchè questi problemi, idee e possibili soluzioni questi sì che potrebbero suscitare entusiasmo presso una parte consistente e trasversale dell’elettorato, andando a cercare non appoggi politici e pacchetti di voti presso i partiti, ma direttamente dagli elettori? Quali potrebbero essere questi problemi e questi temi in una città come Milano?
E ora come si vince?
Non so come – e dove: in centro? – Pisapia abbia vinto. E’ stato bravo, ma non si può fare a meno di sottolineare che quelli del PD sono delle pippe, e di ricordarsi che 30.000 voti sono poca roba rispetto a quelli che serviranno per vincere a maggio.
Oggi si apre un’altra gara. Come la si vince? Secondo me, certo non continuando a dire che si è pro-rom e a favore di un registro per le coppie di fatto. E’ evidente che Milano non può fermarsi – o dividersi – per trovare una casa a 25 famiglie rom italiane.
E’ evidente che se Torino o Padova hanno un registro per le coppie di fatto, lo deve avere anche Milano, indipendentamente dal fatto che serva a qualcosa oppure no. Ma questi temi possono contare per centomila elettori, non per un milione.
Ora serve un progetto per Milano che sia fatto di mobilità sostenibile, di centro, di periferie e di area metropolitana e di maggior indipendenza economica e fiscale per Milano. Serve un progetto per una città che funzioni, più che un progetto “di sinistra”.
Perchè il progetto “di destra” della Moratti è stato di non fare nulla, e a questo non-progetto va contrapposta l’idea di una città diversa e migliore e più efficiente e che funzioni, a iniziare dal traffico, con tanto di ticket e tassa sul traffico privato.
Non sarà facile, ma o si riesce a dimostrare a Milano che il pubblico, in particolare il trasposto pubblico, visto che della sanità si occupa la regione, è più efficiente e più intelligente e migliore in ogni modo del privato, oppure è una gara persa.
E assolutamente l’ultima cosa che serve, in questo momento, è essere dei “moderati”. In altre parole: Pisapia, dicci qualcosa di sinistra! Ma non le solite cose. Dicci che fino a quando votiamo la moglie di un petroliere, non si può cambiare la città!
