Tenerti loggato a tradimento

È questa, mi sa, la strategia dei siti per l’era post cookie di parti terze.

Google ormai mi obbliga a fare 6 click per fare log-out da Gmail da web.

Facebook mi ha già fatto diverse volte lo scherzo di farmi credere di aver fatto log-out con un solo click, ma se poi clicco sul loro logo, vedo che sono ancora loggato. Bastardi.

E poi c’è Gmail sul telefono. Android lasciamo stare, che è un filo diretto con la Stasi.

Ma anche su iPhone, e anche se non installi l’app do Gmail ma provi a usare un client esterno tipo Mail di Apple oppure Unibox, sei sempre loggato in Google.

C’è poco da fare: i loro interessi e i miei confliggono. Bisogna separarsi e alla svelta.

Can’t Sell, Don’t Care

Advertising does not show us the benefits of a product anymore. In fact, it’s not even interested in selling anymore. Instead, it preaches. It tells us that we must hold some progressive and widely-held but not necessarily true belief about society, inclusion, the environment, immigration, gender or cosmopolitanism.

It’s London-centric and it lives in its own bubble. Steve Harrison, the Jonathan Pie of advertising, tells the story of how advertising turned its back to the job it was supposed to do and decided to focus on chiding the “deplorables” instead.

In politics, this led to or at least contributed to Brexit, Trump and Northern England voting for the Tories (!). In advertising, it led to companies chasing the next miracle-like formula, like with the infamous ice-bucket challenge, and totally losing contact with the “somewheres”, the people who belong to where they were born and live.

This type of advertising worked nicely for some companies, but only when the desired behaviour was linked to the product being advertised and the preaching was kept in check. In most cases, instead, it’s just empty virtue-signalling that doesn’t resonate and often antagonises a large chunk of consumers. It doesn’t sell, and it doesn’t care.

This is my review of Can’t Sell Won’t Sell: Advertising, politics and culture wars. Why adland has stopped selling and started saving the world on Amazon.

Riempimento

Fino a vent’anni fa, anche un articolo insulso come questo aveva molto senso.

I giornali erano di carta, e il numero di pagine doveva essere un multiplo di quattro, spesso 48 o 52. E vi era la fila di persone che volevano comprare gli spazi pubblicitari.

Un giorno, già in questo secolo, incontrai un’amica che non vedevo da un po’ e che si era messa a vendere pubblicità per un grande editore di settimanali e mensili italiano.

Lavoro duro!, esclamai. E lei: no, è un lavoro di relazioni. I clienti mi chiamano e mi dicono: Francy, mi raccomando che il prossimo mese ci devi tenere una pagina intera…

Che vendessero scarpe, orologi o mobili da cucina, cambiava poco. Gli spazi erano limitati e bisognava tenersi buoni Francesca, a cui poi avrebbero fatto un regalo a Natale.

Il mondo è cambiato

Il mondo è cambiato, ma in tanti sembrano non accorgersene. E non certo solo al giornale che fu di Montanelli. Cosa possiamo dire degli articoli della Gazzetta sulle WAGs?

E che dire del progetto web de Il Fatto Quotidiano? A cosa serve quella marea di articoli scritti male e pensati peggio (e pagati ancor peggio) firmati da aspiranti giornalisti?

A farmi smettere di leggere — ormai il giornale italiano che leggo di più è La Gazzetta. E anche quella, la leggo comunque meno di Marca, che almeno mi serve per lo spagnolo.

Possibile che non capiscano che non vi è più niente da riempire, e che provare a riempire il web con WordPress è un po’ come svuotare il Mediterraneo con il cucchiaino?

Google e il bagnato

Cosa succederà con la scomparsa — tempo due anni — dei cookie di parti terze?

Gli editori seri ti chiederanno di iscriverti e fare login per leggere gli articoli.

Metà degli indirizzi email al mondo sono GMail.

Tre persone su quattro usano Android e Chrome.

Il 90% delle ricerche, in Europa, sono con Google.

In altre parole, per Google piove sempre sul bagnato.

Quindi?

Quindi bene per Apple, che si posizionerà sempre più come un’azienda che tutela la privacy e che presto passerà a essere un’azienda che si occuperà della tua salute.

Bene per Google, che porterà a termine il processo di distruzione delle concessionarie e di tutto il settore ad-tech e che rimarrà l’unico attore a vendere spazzatura (banner).

Bene per gli utenti, che passeranno da essere spiati da centinaia di aziende che poi neppure sanno cosa fare di quei dati a essere spiati (meglio) da una sola (Google).

Bene per gli editori grandi, che faranno fuori i piccoli; non solo i produttori di stronzate e falsità in serie, ma anche chi semplicemente ha una visione diversa del mondo.

Male

Male, invece, per le aziende che passeranno da comprare spazzatura (banner) in un modo a comprarne in un altro modo, ma sempre senza capire cos’è, e cioè spazzatura.

Ma, d’altra parte, per i cretini va sempre male, e forse è anche giusto così.