Appeasement

Come si dice “appeasement” in romanesco? Come la mettiamo adesso, eh, Uòlter? Pacatamente e serenamente, per carità, ma quel tuo atteggiamento nei confronti di Berlusconi in questo 2008, quella tua balzana idea di smetterla col muro contro muro pur senza che fossero mutate le condizioni di emergenza democratica e di difesa repubblicana, come la chiamerebbero in Francia, che al muro contro muro avevano portato, secondo me può essere chiamato solo appeasement. Come Barack Obama? No. Come Neville Chamberlain. E la cosa più ridicola di tutte, poi, è che adesso dici che in autunno scenderete in piazza contro il Governo. Come in autunno? Fra 4 mesi? Eh, sì, adesso nun me rompe’ li cojoni che sto a prenota’ il traghetto per la Sardegna…

Liberazione, blog comunista

Lo so, chiedervi di abbandonare Marx per WordPress forse è un po’ troppo. Tra l’altro, per i vostri vecchi occhi – come pure per tanti altri giornali anche di destra e altrettanto “comunisti” quanto voi, da questo punto di vista – deve essere difficile – ammesso e non concesso che sappiate chi sia – capire questo Matt Mullenweg, uno che scrive un software, lo distribuisce, gratuitamente e col codice aperto, a chiunque lo voglia usare o modificare e poi, da vero apòstata, ottiene soldi dai “capitalisti” per diventare a sua volta un “borghese”.

Ma non sarebbe stato mille volte meglio chiedere i soldi allo Stato “comunista” come facciamo noi? Noi e Il Foglio, e tanti altri giornali, piccoli e grandi, for profit e non, seri e non seri, di destra, di sinistra, monarchici, trozkisti, ancarco-insurrezionalisti e chi più ne ha, più ne metta. Mi accontenterei di molto meno. Vi chiedo solo di abbandonare quel sito di merda e quel CMS di merda che usate (un ricco premio a chi di voi riesce a creare un permalink funzionante per l’intervista al Professor Marcello Cini di cui parlavo qui).

Credete a me, e non date retta a questa Destra revisionista: Matt è un compagno. E con WordPress e con Adsense potreste, per la prima volta in vita vostra, avere anche avere dei veri inserzionisti pubblicitari, proprio come quelli che comprano spazi sulla stampa “borghese” – e non più solo le pubblicità dei viaggi di gruppo nei luoghi sacri del comunismo, dei seminari sulla rivoluzione e dei cd con gli inni di tutte le Internazionali di tutti i tempi dall’Ottocento a oggi. Pensateci, davvero. Che il comunismo, anche in Italia, non sta tanto bene. E io un vostro blog lo linkerei anche…

Corporate twittering…

L’azienda x è leader di mercato…
L’azienda x presenta il nuovo modello di SUV
L’azienda x inaugura un concept-store a Roma
Il titolo dell’azienda x sale ancora in borsa

Non so perché, ma mi sembra abbia senso, che le aziende sono abituate a conversare in 140 caratteri quando va bene, e spesso anche molti di meno…

Purtroppo è vero: i blog fanno schifo

Ha un bello scrivere Massimo. Cioè, tante delle cose che dice sono vere. Dire che “i blog” – tutti? – fanno schifo non ha molto senso. E’ vero che è pieno il mondo di gente che non appena sente dire “blog” dice “cheppalle!”. E tanti di questi detrattori della blogosfera passano le giornate dentro la blogosfera a commentare sui blog dicendo che i blog sono uno schifo, invece di fare delle critiche sensate come (a volte) Fabio. E magari, per ironia, dicono pure che i blog sono autoreferenziali. Loro no, immagino.

Purtroppo, però, è ormai abbastanza vero che i blog in Italia fanno schifo. Non schifo come volevano farci credere anni fa molti giornali e molti giornalisti, preoccupati di non essere più i soli galli nel pollaio. Non fanno schifo perchè sono solo dei diari di ragazzini (e che fastidio daranno mai?). O perchè le informazioni che finiscono sui blog non sono “controllate”? Controllate in che senso, poi? E non solo sono un rifugio di frustrati o di persone che non hanno altro da fare. Magari fosse così!

Ieri sera al telefono un amico mi ha detto, dispiaciuto: i siti di “social news” hanno fallito. Come in tutte le cose umane, mi ha detto, le voci dei pochi che hanno qualcosa da dire sono state soffocate dai rompicoglioni e da chi usa questi servizi solo per ego o per favorire i propri interessi economici. E dal conformismo, aggiungerei. E’ un fenomeno che avevo osservato già nel 2000 su Ciao e ancor più su Epinions. Se appena appena provavi a scrivere una recensione un po’ fuori dagli schemi, venivi cassato.

A quei tempi, scoprivo i blog. Il primo, quello sul Cluetrain Manifesto scritto dal solo Doc Searls. Forse non leggo un numero sufficiente di blog italiani per dirlo, ma con poche eccezioni mi pare si possa dire più o meno quanto il mio amico ha detto dei siti di social news: hanno fallito. Hanno fallito perchè dominati da ego, soldi e conformismo. Perchè, purtroppo, più ti adegui all’andazzo, e più il tuo blog può essere uno strumento di carriera. O, peggio ancora, di “inciuci”, tramezzini, strette di mano e promesse.

Hanno fallito perchè le notizie sono “troppo” controllate. Un sacco di blog non hanno altro che notizie. Tutti le stesse notizie. Pochi, invece, hanno uno straccio di opinione. Questi secondi, ovviamente, non vengono inclusi in Google News, mentre i primi sì. E l’illusione che i siti di “social news” potessero essere diversi si è rivelata appunto solo un’illusione. E’ così anche negli Stati Uniti? Non lo so. Si può fare qualcosa per cambiare rotta in Italia? Ne dubito fortemente, vista la brutta piega che hanno preso le cose.

Paradossalmente, penso che gli unici attori che potrebbero cambiare le cose siano le aziende. Se avessero veramente voglia di mettersi in gioco, le aziende potrebbero capire che le “marchette as usual” – come pure la “pubblicità as usual” – tanto vale lasciarle ai loro uffici stampa “offline”, alla pubblicità in tivù, alle dotcom che nel 99% dei casi si sono volute comportare come “delle vere aziende” (agenzia PR, pubblicità, condizionare il “messaggio” etc) e ai nuovi eroi della blogosfera self-markettara. Stay tuned.