Why TV Is Alive and Kicking and Newspapers Instead Are Dead

Because this is not what we mean when we say “TV”.

TV

TV

This, as the caption to this photograph says, is an old-fashioned four legged TV set.

What we really mean by “TV” is the content — you know, the black and white moving pictures of times gone by, the news, the funnies, the sitcoms, the highly polished movies or the computer-generated special effects — that is delivered via the above TV set.

Or via a newer appliance, a computer, a smartphone or an iPad. Because nobody really cares much about the appliance — unless it has a logo of an apple on it, that is.

We’re dealing with a metonymy here. Like when we say: “We drank a bottle”.

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But the same is true for “newspapers”. What we really mean is: the news.

Fair enough. But much more has changed than in the case of moving pictures.

With the move to a new delivery system on the web, newspapers lost most of the revenue they used to make from classified ads to websites that deal exclusively in classified ads.

Advertising suffered a similar downturn. With the move to the web, ads placed against the news went from being the least intrusive and often best performing format of ads available to advertisers to being ads that just don’t work (online banner ads).

Lastly, a large part of the news has moved from the written word to moving pictures.

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TV, instead, is alive and kicking for two reasons: First because, while nobody (except antiquarians, perhaps) cares much about old-fashioned four legged TV sets, we always want more content that informs us, entertains us and lets us lean back and enjoy the show.

Second, because, when done properly, television commercials work. Unlike banners ads, TVCs can create awareness and demand for new products, or increase the demand and sales of products already on the market. That’s right. That’s why companies buy TV ads.

Not because they’re new or cool or they make their companies look hip and “social”.

Considerazioni sulla pubblicità

Considerazioni sulla pubblicità. Tema libero, davvero.

1- i banner: del tutto inutili a creare interesse per un prodotto
(utili forse solo per chiudere una vendita, e anche lì… boh)

2- il 95% di ciò che viene fatto sui social media: una farsa.

3- il 5% restante: boh, da capire. In ogni caso, anche le non
molte cose intelligenti fatte sui social, io le vedo come “giochini”.
Per me non è quello che un’azienda dovrebbe fare sul web.

4- la TV è tutto tranne che morta e rimane e rimarrà a lungo
(almeno fino a quando lavorerò io) il principale mezzo per
far conoscere un prodotto nuovo, di massa e non troppo sexy
(un detersivo, bibite, biscotti, dentifrici, pneumatici etc).
Io, però, non guardo la TV, non ho mai amato la pubblicità in TV
e non ho addirittura nessun interesse per i film. Non fa per me.

5- giornali e riviste, ovvero gli unici supporti sui quali mi piace
la pubblicità: questi sì che rischiano di essere fatti fuori dal web.
Mentre la TV ne uscirà secondo me addirittura rafforzata.

6- in più, sono anti-consumista. Sono contrario a quasi tutte
quelle “meraviglie” che ci ha portato il benessere dagli anni ’60
in poi: auto, margarina, succhi di frutta, prodotti dietetici…

7- non è più come una volta: oggi la maggior parte delle agenzie,
e ancora di più quelle che fanno “roba web”, sono ormai poco più
che degli “studi di produzione” di quello che vuole il cliente.

8- orari di lavoro, stress, carriera e soldi, margini, persone con
cui hai a che fare, tipo le aziende clienti e, non ultimo, senso
di fare qualcosa di bello o utile nella vita: c’è di meglio.

Il Ministro del Welfare

La scuola italiana può essere spiegata così: invece di insegnarti le 4 figure retoriche più importanti e come le si usano, te ne danno una lista di 30, buone parte delle quali hai difficoltà anche solo a pronunciare. Anni dopo, ti ricordi vagamente che le figure retoriche erano una lunga lista di nomi strani, la sineddoche, quelle robe lì.

Perché lo scopo della scuola italiana, esattamente come lo scopo del giornalismo in Italia, e della società tutta in Italia, non è di insegnare e aiutare a capire il mondo ma, al contrario, di farti pensare che imparare non abbia senso e sia una perdita di tempo, o di farti sentire inadeguato. E che ci pensino gli altri, alle cose importanti.

Così, non è per nulla casuale che lo stesso sistema di potere apostrofi di provincialismo i dialetti oppure chi, come francesi o spagnoli, tende a tradurre tutto nella propria lingua in modo che i propri cittadini possano capire le cose. Cosa ne può sapere mia nonna o tuo zio di cosa dovrebbe fare esattamente il Ministro del Welfare?

Meglio, se non lo capiscono. Che ci pensiamo noi. Noi che abbiamo la conoscenza. Il potere, più che altro. Che se il più grande economista arrivato al governo negli ultimi decenni era uno che ha detto che “Con l’Euro guadagneremo come se lavorassimo un giorno in più, ma lavorando un giorno in meno”, di conoscenza ce ne deve essere poca.

Pubblicità

Negli ultimi 16 mesi mi sono sparato una storia incredibile: dal dopoguerra, quando Madison Avenue rappresentava probabilmente i tre quarti della pubblicità mondiale e tutto era in mano ad americani WASP, al punto che ebrei, italiani o greci erano chiamati “ethnics”, fino a essermi fatto un’idea di dove è e dove va la pubblicità oggi.

Nella seconda metà degli anni ’40, l’unica eccezione alle grandi agenzie WASP come J. Walter Thompson, Ted Bates, Young & Rubicam, McCann Erickson etc, erano alcune agenzie minori, le cosiddette 7th Avenue agencies, gestite da ebrei e che avevano come clienti gli ebrei che producevano abbigliamento nel Garment District di Manhattan.

Nell’unica di queste agenzie che è poi diventata famosa, Grey, aveva iniziato a lavorare un certo Bill Bernbach, ebreo del Bronx, figlio di un sarto. Nel 1949, infelice per come le tecniche e la “scientificità” avevano soppiantato la parte creativa, Bernbach prima protesta e poi lascia Grey e si mette in proprio creando DDB con James Doyle e Maxwell Dane.

(Nota: Bernbach è uno degli eroi celebrati nella famosa pubblicità “Think different”)

Furono Bernbach e altri outsider a cambiare per sempre la storia della pubblicità: un inglese con tanto di giacche di tweed a Manhattan, Ogilvy; due brillanti allievi di Bernbach, George Lois, greco americano, e Mary Wells Lawrence; e un irlandese americano che stava addirittura dall’altra parte degli Stati Uniti, far out, a San Francisco: Gossage.

Il mio libro parla anche di Gossage, oltre che di web e social media.